Print

Stellan Skarsgård

• Come il titolo suggerisce, In ordine di sparizione – (Kraftidioten, di Hans Petter Moland, con Stellan Skarsgård (Nils), Bruno Ganz (Papa) e Pål Sverre Hagen (il Conte) – è il puntiglioso resoconto dell’eliminazione di una ventina d’individui, a partire dall’esecuzione della persona sbagliata: prima di tutto perché il ragazzo è estraneo allo sgarro che gli viene addebitato; in secondo luogo perché la sua morte innesca la catena senza fine di omicidi di cui sopra.


La scoperta dello humor norvegese

Stellan Skarsgård
Manifesto del film In ordine di sparizione
Stellan Skarsgård
Bruno Ganz
Due stili di leadership: Il Conte (Pål Sverre Hagen) Due stili di leadership: Papa (Bruno Ganz)
Vegani riluttanti
Birgitte Hjort Sorensen Pål Sverre Hagen
Pål Sverre Hagen
Stellan Skarsgård Kristofer Hivju e Stellan Skarsgård
Un momento del set
Hans Petter Moland Hans Petter Moland, Stellan Skarsgård e Bruno Ganz
Manifesto originale del film

Fin dai primi fotogrammi, viene spontaneo raffrontare questa pellicola girata nella sperduta e gelida provincia norvegese, con i prodotti della premiata ditta Coen&Coen, anche se risaltano marcate differenze tra la rappresentazione della smandruppata malavita americana e la maschile varietà dei killer europei: eleganti, vegani, gay, filosofi...

Eppure In ordine di sparizione è più che un film di gangster. Quando viene eliminato qualcuno, che a prescindere è sempre figlio o parente di qualcun’altro, si colpisce anche la sua famiglia, innescando una reazione a catena. L'opera è anche la rappresentazione di tre modi di manifestare la paternità e l’istinto paterno resta sempre al di sopra della comica cattiveria dei personaggi.

Nils Dickman, un brav’uomo con il senso della giustizia e del dovere, “immigrato” dalla vicina Svezia, svolge un’attività fondamentale a queste latitudini: guida lo spazzaneve e mantiene le strade percorribili. È un’attività che, in queste lande di precipitazioni più che abbondanti, in inverno non conosce soste. La sua dedizione al lavoro lo ha portato ad essere proclamato “Cittadino dell’Anno”, in norvegese “Kraftidioten”, appunto.

«Se un ragazzo sparisce nel nulla, spuntano sempre dei genitori che si mettono a cercarlo dappertutto, e questa è una scocciatura.»

La morte del figlio, trovato su una panchina della stazione in coma da overdose, getta Nils e la moglie nella disperazione e Nils sta per compiere un gesto estremo quando succede qualcosa che lo mette sulle tracce degli assassini del ragazzo. Comincia un conto alla rovescia a colpi di cadavere che terminerà solo quando Nils avrà messo, seppur accidentalmente, le due bande che si dividono il mercato della droga l’una contro l’altra, evento che culminerà con l’uccisione di uno dei due boss.

Nel film compaiono solo tre personaggi femminili: Gudrun, la moglie di Nils (Hildegun Riise), impietrita dalla morte del figlio, furiosa nei confronti del marito che abbandona senza una parola. La compagna filippina del fratello ex-criminale di Nils (Huyen Huynh), che per disprezzo sputa sulla tomba del marito appena sepolto. La ex-moglie danese del “Conte” (Birgitte Hjort Sorensen), l’unica persona al mondo capace di tenergli testa, a lei è rivolto l’ultimo pensiero da vivo del gangster: «Ditele che era una stronza... una stronza».

Eppure Molland descriva una società retta dalle donne in cui il crimine si sviluppa come in una camera stagna, senza apparentemente influire sulla vita delle persone normali, proprio perché le donne non lo considerano una cosa seria.

E la polizia? Completamente inadeguati, gli agenti del commissariato locale, si rassegnano ad archiviare l’omicidio di un ragazzo a posto come un caso di overdose. Vagano nella neve, dispensando multe per divieto di sosta e disquisendo di cose senza senso mentre intorno a loro prospera il crimine. Troppo sensibili per trattenere il vomito di fronte agli spettacoli più cruenti, appaiono come spettatori inconsapevoli di quanto si svolge sotto i loro occhi. Nel finale giungono sul luogo della carneficina a cose fatte e senza un’idea di cosa sia potuto accadere.

Il Conte è vegano, guida una lussuosa auto elettrica, è cattivissimo e infatti non teme che una singola persona: Marit, la propria ex-moglie, con cui litiga costantemente sulla custodia del figlio. La donna lo rimprovera sempre di qualcosa. «Ti sei di nuovo dimenticato [il colloquio con i professori]». «Io faccio un lavoro che mi dà un sacco di preoccupazioni». «Non esageriamo. Non sei un uomo d’affari, sei soltanto un criminale». Quando la donna esce dalla stanza l’uomo ha un cedimento nervoso. «Non è sempre facile essere me».

Alla fine Nils, per stanare il Conte, ne rapisce il figlio Rune (Jack Sødahl Moland). Il rapporto tra il rapitore e il rapito è un quadretto a sé stante. «Di solito mi raccontano una storia per farmi dormire». «Non conosco storie». Nils legge al bambino la brochure del suo spazzaneve. «Io ne ho uno così» «E perché? Non fai il rapitore?» «Non sempre». «Mi porti a fare un giro domani?» «Adesso devi dormire». Il bambino gli si abbandona sulla spalla e si addormenta, ma non prima di aver pronunciato una battuta fulminante «Sai cos’è la “sindrome di Stoccolma”?» Ancora istinto paterno.

Sospettando che dietro alle sparizioni dei suoi uomini ci sia la banda dei serbi, il Conte ne fa rapire e uccidere un corriere che, casualmente è anche il figlio di Papa (Bruno Ganz), il capo dell’organizzazione, e lo fa ritrovare legato a un cartello che indica 1389 m.s.l.. I serbi però scambiano l'altitudine per la data della Battaglia della Piana dei Merli, conosciuta anche come Battaglia del Kossovo, uno degli eventi più importanti della loro storia, fonte di gran parte del sentimento nazionale serbo, e per questo un’imperdonabile provocazione. La conta dei cadaveri subisce una brusca accelerata.

Due killer della banda del Conte sono segretamente innamorati l’uno dell’altro. Quando scopre di aver fatto eliminare l’uomo dei serbi per una valutazione errata, il gangster uccide uno dei due amanti e, nel tentativo di rappacificarsi, ne manda la testa ai suoi rivali, gettando il sopravvissuto nella disperazione e rendendolo di punto in bianco l’anello debole della sua organizzazione.

In questa realizzazione, Pål Sverre Hagen è impeccabile nell'interpretare un personaggio viziato, nevrotico e, allo stesso tempo, frustrato dalla propria incapacità di far presa sulla realtà, ma è a Stellan Skarsgård e a Bruno Ganz, vere star del firmamento cinematografico europeo, che è affidato il finale. Nella cabina dell’enorme spazzaneve che procede come un carro trionfale scrutano nella penombra del crepuscolo nordico.

I dialoghi tra i gangster, sia i norvegesi che i serbi, grazie alla sceneggiatura di Kim Fupz Aakeson, sono un capolavoro d’ironia e il film sarebbe troppo infarcito di gag per elencarle tutte. Esilarante vedere i sicari serbi, intabarrati in lugubri cappotti neri, giocare nella neve, mentre il loro capo, Papa, segue con genuina ammirazione i ragazzi della squadra di sci juniores allenarsi nello slalom gigante.

Ganz ha creato un personaggio laconico che – a differenza del carattere psicologicamente labile del Conte – guarda tutto, nel paese straniero, con grande curiosità e, s’intuisce, con un interesse quasi infantile, anche se è lasciato a Stellan Skarsgård, maschera tragica e implacabile, l'onere di sostenere e rendere credibile tutta la vicenda

Il film, che è stato girato a Oslo e a Beitostølen, una località sciistica non lontana da Lillehammer, in Norvegia, possiede uno stile caratteristico. I vestiti di sartoria dei componenti della banda norvegese, le auto dei capibanda: la Fisker Karma – un’auto elettrica prodotta tra il 2011 e il 2012 in Finlandia – del Conte e la Maserati Quattroporte di Papa – parcheggiata direttamente in un soggiorno zeppo di lampadari di cristallo e ricoperto di tappeti persiani; la casa, arredata in stile tekno-minimalista in cui il succo di carota vegano occhieggia come un oggetto fluorescente tra le mani dei sicari del Conte, e persino la ex-moglie danese, vestita da sciuretta; non ultimo, l’enorme spazzaneve giallo guidato da Nils Dickman... Questo, lo humor norvegese e la sottostante morale social-democratica, tutto concorre a rendere questa pellicola – presentata alla 66ma edizione del Berlino Film Festival 2014 – godibile dall’inizio alla fine.