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Con l'avanzare degli anni mi succede una cosa imbarazzante. Sempre di più apprezzo i film che parlano di reali: principesse, regine e castelli in aria. Dev'essere un fatto ormonale. Vacanze romane mi fornisce materiale per incredibili elucubrazioni. Sostengo veementemente con i miei esterefatti compagni di baldoria la credibilità di Helen Mirren come Elisabetta II. Mia moglie è contenta perché finalmente ha un'amica con cui parlare.


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Il discorso del Re mi ha appassionato. Ultimamente mi capita di perdere tempo ad analizzare se Naomi Watts abbia impersonato Diana Spencer meglio di quanto Nicol Kidman abbia fatto con Grace Kelly. La mia tesi è che un tempo a ritrarre i reali fossero i pittori. Dato che è il cinema oggi l'arte più popolare, invece dei pittori a ritrarre le case reali sono i registi. The Queen rappresenta una perfetta agiografia della casa di Windsor. Diana è un ritratto della Principessa del Galles negli ultimi due turbolenti anni della sua vita.

Sicché, l'altra sera, davanti al teleschermo, ci siamo messi a guardare anche Grace di Monaco, di Oliver Dahan.

Il film si basa su un fatto storico accaduto durante la mia prima adolescenza e che mi era totalmente sfuggito: l'ostilità scoppiata tra il governo francese e il Principato di Monaco sulla questione dell'esenzione fiscale ai cittadini francesi nel piccolo stato sulla Costa Azzurra. Detta così sembra una cosa terribilmente noiosa.

Di quei tempi conservo ricordi precisi. Ricordo di aver memorizzato la sigla OAS in connessione con l'attentato al presidente Charles De Gaulle il 22 agosto 1962. Ricordo l'incidente di Bascapè in cui trovò la morte Enrico Mattei il 27 ottobre 1962; ne conservo un ricordo visivo attraverso le foto retinate dei nebbiosi boschi pavesi sui quali precipitò l'aereo. Ricordo come fosse ieri mio padre rientrare in casa sconvolto, agitando il «Corriere della Sera», il 23 novembre 1963, il giorno seguente la morte di J.F. Kennedy. Non avevamo la televisione e la notizia dell'attentato, avvenuto alle 20:30 ora italiana di venerdì, ci arrivò solo l'indomani.

Non ho alcun ricordo invece del braccio di ferro tra Monaco e Parigi, avvenuto anch'esso tra il 1962 e il 1963. Così ho controllato: è accaduto anche questo.

Il film ha ricevuto critiche impietose. I giudici più feroci non sono stati i Grimaldi, a cui è stato sottoposto lo script, per vedersi poi completamente ignorate le proprie annotazioni. La famiglia monegasca si è dissociata dal film, liquidandolo come pura finzione e «inutilmente seduttivo». La critica maggiore riguarda la verità storica e non soltanto perché Robert Lindsay, nei panni di Aristotele Onassis, sia troppo alto. Alle critiche il regista ha replicato: «Questa è Hollywood!» che non è una gran risposta, dato che alcuni critici professionisti, a Cannes, dopo la proiezione, hanno evocato la parola "catastrofe".

La pellicola suggerisce che la crisi abbia trovato sbocco per merito del discorso che Grace tenne al Ballo della Croce Rossa. In realtà fu risolta in seguito a ulteriori negoziati che portarono a un compromesso tra Francia e Principato.

Inoltre, sarebbe stato bello, ma De Gaulle (André Penvern) non partecipò al ballo.

Le mie obiezioni più significative riguardano il complotto di palazzo ordito per rovesciare Ranieri III (Tim Roth), la cui descrizione è nebulosa e i cui particolari risultano incomprensibili anche dopo una seconda visione. La mia idea è che neppure la produzione sapesse bene come siano realmente andate le cose.

Quanto a Nicol, se l'attrice possa aver impersonato una principessa credibile, ebbene, la risposta è no. Per una cosa, non credo che esista una foto della Kelly accigliata, mentre la Kidman lo è naturalmente. Tuttavia, Grace Kelly era un'icona così incantevole che, proprio per l'inadeguatezza dell'attrice, peraltro splendida, la nostra mente rievoca continuamente la principessa. Il cervello compensa la distanza tra l'australiana e l'ereditiera di Filadelfia.

Grandi i costumi. Memorabili alcune battute. Padre Tucker (Frank Langella) afferma: «Poche di quelle che sognano di sposare un principe immaginano che cosa voglia dire realmente». Alfred Hitchcock (Roger Ashton-Griffiths) accomiatandosi al telefono, dopo essere stato svegliato nel cuore della notte per un rifiuto definitivo, consiglia: «Ricorda di non allontanarti mai troppo dal centro dell'inquadratura».

La scena finale suggerisce che Grace, dopo aver rifiutato a malincuore l'offerta di Hitchcock per la parte di Marnie, abbia deciso di interpretare un ben altro ruolo da protagonista sul set del mondo.

Mi ha commosso assistere, dopo il discorso di Grace, un'impettito e riconoscente Ranieri sussurrare alla moglie: «Ti amo».

Il film fu presentato fuori concorso a Cannes, tra le polemiche, dato che regista e distributore (Harvey Weinstein) non erano riusciti a concordare un montato che soddisfacesse entrambi. Né il distributore, né lo sceneggiatore (Arash Amel) parteciparono alla prima a Cannes.

Il film non è mai arrivato nelle sale, essendo stato trasmesso in America esclusivamente via cavo. All'inizio di quest'anno il distributore americano lo ha affidato allo sceneggiatore per un nuovo montaggio, che è quello che credo abbia trasmesso Sky l'altra sera e, perciò, quello che ho visto.

Cosa vi devo dire? Ho pianto.