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Di fronte a “Lear e Cordelia”, di Ford Madox Brawn. (Ph. © Cristina Risciglione)• Se c'è una critica da portare alla mostra “Preraffaelliti – L'utopia della bellezza” è che dai 180 dipinti dell'esposizione di Londra, o anche dai 130 dell'esposizione di Washington, dopo la riduzione a 70, i dipinti che sono arrivati a Torino non bastano a descrivere il movimento in tutta la sua incisività, nella sua influenza, men che meno nei suoi intenti. È giusto una rassegna della collezione in carico a Tate Britain. Il che, comunque, non è poco, anzi.

Un ricco angolo della mostra di Palazzo Chiablese. Ph. © Cristina Risciglione
L'ingresso di Palazzo Chiablese. Ph. © Cristina Risciglione Una sala della mostra. Ph. © Cristina Risciglione
Lady of Shalott” (1888 to 1905), di William Holman Hunt, esposto alla National Gallery di Washington

Poi, paradossalmente, al contrario, c'è da dire che, il limite di una mostra tutta sui Preraffaelliti sta nella massa critica: raggruppati tutti insieme emanano un'aura collettiva che assomma a molto di più di quanto chiunque sia in grado di assorbire: colori sgargianti, soggetti potentemente evocativi, particolari dettagliatissimi. I quadri dei Preraffaelliti sono dei romanzi per immagini, spesso di contenuto fortemente sociale o religioso. La collocazione ideale di una tela preraffaellita è dispersa tra i pezzi di una collezione che annoveri il meglio di svariati stili, scuole ed epoche. In un tale contesto, non è più solo apprezzabile, diventa sorprendente.

La prima impressione suggerisce piuttosto un movimento di “reazione” che di “avanguardia” e il riferimento all'Utopia, nella prospettiva indicata dal sottotitolo italiano, sembra pretestuoso. In realtà (andando a scavare il fenomeno sui testi di Storia dell'Arte) i giovani della confraternita erano entrati in seria collisione con l'establishment, a grandi linee un po' come gli artisti del Gruppo '63 in Italia.

Giusto un assaggio: Proserpina (1874) e Ecce Ancilla Domini (L'Annunciazione) (1849-50), di Dante Gabriel Rossetti, il secondo per l'assoluta originalità della Madonna dipinta dipinta sul letto della sua stanza, come un'adolescente pudica, sorpresa nella sua intimità; La valle del Riposo,: Dove Chi é Stanco Trova Pace (1858) e naturalmente Ofelia, di John Everett Millais (1851-52), il secondo anche per i retroscena assurdi della modella (Elisabeth Siddel, moglie di Rossetti) distesa nella vasca a pelo d'acqua per ore, al punto di ammalarsi di polmonite e morire di lì a poco per un'over-dose di laudano, un'oppiaceo sciroppo per la tosse da cui sia lei che il marito erano dipendenti; Sidonia Von Bork 1560 (1860), di Edward Burne-Jones (1560); Oriana, di Frederick Sandys, un quadro, si direbbe, di Antonello da Messina. E poi ci sono gli accuratissimi paesaggi, ritratti en-plain-air dieci anni prima che anche gli Impressionisti scoprissero i colori in tubetto.

Cristo in casa dei suoi genitori, di John Everett Millais (1849-50) sembra un bozzetto di quello che potrebbe essere un'opera moderna, un tableau vivant, provocatorio e dissacrante come una performance dei nostri giorni.

A posteriori, è interessante notare come, rispetto agli “avanguardisti” Preraffaelliti, gli Impressionisti fossero meno politicizzati. Forse perché i Preraffaelliti erano membri della borghesia mentre gli Impressionisti erano per lo più dei morti di fame. Tuttavia, questi ultimi ebbero, non solo sull'Arte, ma anche sulla società, un influenza molto più radicale che viene percepita anche ai nostri giorni. Le opere degli Impressionisti hanno un impatto immediato che è indiscutibile. L'impatto dei Preraffaellinti è più di tipo sensoriale.

Un solo rammarico: è un vero peccato che per La Dama di Shalott, di William Holden Hunt ci si debba accontentare di un'incisione. La versione pittorica, che chiudeva l'esposizione di Washington, è straordinaria.

C'è da chiedersi: a Londra erano esposti 180 tra dipinti e oggetti (i 70 della Tate più quelli delle collezioni private in UK e USA); a Washington erano esposti 130 opere (intuitivamente, le 70 della Tate più i collezionisti americani); a Mosca i dipinti erano 80 (i 70 della Tate ma nessun opera appartenente a collezioni russe, visto che non ne esistono). Domande: 1) Quali sono i dipinti che erano esposti a Mosca ma non appartenevano alla collezione Tate, visto che non sono arrivati a Tokio e neppure a Torino? 2) Che fine hanno fatto?

Durante la conferenza stampa di presentazione il sindaco di Torino, Piero Fassino, ha fatto una citazione – «L’utopia da un senso alla vita perché esige, contro ogni verosimiglianza, che la vita abbia un senso» – dichiarando di non ricordarsi l'autore. Sindaco, è Claudio Magris, Utopia e disincanto, (Garzanti 1999). Probabilmente l'ha trovata su ItaliaLibri.